Meno privacy = minore libertà di espressione

Foto di Alexandre Dulaunoy distribuita con licenza Creative Commons.
Foto di Alexandre Dulaunoy distribuita con licenza Creative Commons.

[…] le persone, quando sanno di essere osservate, cambiano radicalmente comportamento: tentano di fare ciò che ci si aspetta da loro, per evitare vergogna e condanna.

Greenwald, Glenn. No Place to Hide – Sotto controllo: Edward Snowden e la sorveglianza di massa. Rizzoli, 2014.

Questa radicale modifica nel comportamento durante le nostre ricerche online è già avvenuta. A documentarlo è uno studio dal titolo "Government Surveillance and Internet Search Behavior" (PDF: 1,1MB, 39 pagine). Si tratta del primo tentativo di misurare l’effetto Snowden, ossia l’impatto delle rivelazioni sulla sorveglianza estensiva messa in atto dal governo statunitense. L’originalità della ricerca risiede anche nello strumento adottato. Gli autori – Alex Marthews e Catherine Tucker – utilizzano Google Trends, uno strumento gratuito messo a disposizione da Google per misurare il volume di parole oggetto di ricerche. Essi tentano di misurare i cambiamenti nelle ricerche di alcuni termini adottando 3 diversi insiemi di parole chiave:

  1. una lista stilata nel 2011 dal Dipartimento della Sicurezza Interna degli USA (ossia il DHS, Department of Homeland Security). Si tratta di una lista di termini sospetti il cui impiego potrebbe far scattare un campanello d’allarme e conseguenti controlli da parte dell’NSA. In ogni caso sono parole che il governo USA, nell’ambito del progetto PRISM, sarebbe intenzionato a raccogliere. Fatto interessante, la lista è presente nelle tabelle 10 e 11 del pdf (pagg. 33 – 37). Per farvi idea dell’intrinseca pericolosità di queste parole chiave qui troviamo termini come cloud, cops, north korea.
  2. Una lista di termini imbarazzanti stilata grazie al contributo di un gruppo di volontari. Per imbarazzanti, qui si intendono termini di ricerca che sarebbero considerati tali se un terzo (ad esempio un amico o un familiare) venisse a conoscenza della ricerca. Un elenco di queste parole è riportata nelle tabelle 12 e 13 (pagg. 35 – 36). Ad esempio rientrano in questa categoria sperm donation, erectile dysfunction, ma anche, inspiegabilmente, world of warcraft. :)
  3. Infine, una terza lista rappresenta una sorta di gruppo di controllo ed è composta da termini neutri. Ossia non oggetto di interesse da parte del governo statunitense (primo gruppo) e non imbarazzanti (secondo gruppo). La scelta è caduta su una lista di termini ricercati con maggiore frequenza nel corso del 2013, lista quest’ultima che Google stessa rende disponibile. Anche questa lista è presente nel documento. Alcuni esempi: my little pony, pacific rim, nelson mandela

Lo studio che riguarda 11 Paesi (ma non l’Italia visto che si tratta degli USA + i 10 suoi principali partner commerciali. Il nostro export fa scintille ma non verso gli USA, visto che, solo in Europa, siamo superati da Francia, Germania e UK) evidenzia proprio questa spontanea restrizione del numero di ricerche che riguardano termini suscettibili di interesse da parte del governo statunitense.

Lo studio presenta dei limiti, ad esempio non sono stati presi in esame altri eventi che avrebbero potuto inficiare il risultato finale nell’analisi dei dati Paese per Paese. Nonostante ciò, si tratta di un primo tentativo di misurare quella forma di autocensura cui tutti noi ci sottoponiamo quando sappiamo di essere controllati. Concludo con un altro pensiero di Greenwald, il giornalista cui Edward Snowden ha affidato i documenti sottratti all’NSA.

La gamma di possibilità che gli individui prendono in considerazione quando ritengono che altri li stiano guardando è, dunque, molto più limitata del loro paradigma di opzioni in un ambito privato. La negazione della privacy opera una restrizione della libertà di scelta.

Greenwald, Glenn. No Place to Hide – Sotto controllo: Edward Snowden e la sorveglianza di massa. Rizzoli, 2014.

La prossima volta che qualcuno afferma: "non temo il controllo perché non ho nulla da nascondere" sarà bene ricordare che non è solo una questione di riservatezza. C’è in ballo anche la libertà di espressione.

2 pensieri su “Meno privacy = minore libertà di espressione”

  1. Ciao, fai bene a puntare l’attenzione su questo aspetto largamente dominante del moderno sviluppo digitale, così poco discusso tra le persone, nonostante ci riguardi tutti da molto vicino e cambi di molto la prospettiva.

    Complimenti per gli articoli e la chiarezza di idee.

    Ciao

    1. Ciao Alberto, grazie per il tuo commento e per i complimenti.
      Hai ragione, questi argomenti ci toccano da vicino eppure sono quasi bistrattati. Tuttavia ognuno di noi può fare qualcosa: cambiare alcune abitudini e invitare i propri cari a riflettere.

      A presto, Gabriele

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