Spot sui collegamenti in fibra ottica

Immaginate che in Europa esista una concorrenza pienamente compiuta tra i fornitori di accesso alla rete. (Scritta così sembra una banalità ma oggi è fantascienza :-)
Vi imbattete nelle pubblicità di due concorrenti. Entrambi offrono un collegamento in fibra ottica. Ipotizzate di basarvi solo sugli spot che propongo di seguito, quale fornitore scegliereste?

ume.net

Il primo filmato è quello di un fornitore svedese, Ume.net. L’approccio impiegato è originale e di immediata comprensione e si basa sul seguente messaggio: perchè accettare ritardi nella nostra vita online se li troviamo ridicoli e intollerabili nella nostra vita offline? Il video dura 3 minuti. Sono ben spesi.

telecomitalia.it

Un altro filmato inveve introduce il servizio “Ultra Internet Fibra” di Telecom Italia. Frasi senza senso (“soluzioni all’avanguardia”, “servizi sempre più acattivanti”, “unico accesso intelligente” ma quella che mi piace di più è “ultra velocità” che potrebbe anche essere un super-potere di un super-eroe), si alternano a numeri che hanno un significato solo per chi si occupa della rete e sono espressi in un’unità di misura che non dice nulla ai più (100 Mbps, 30 Mbps ecc.).

È una mia personale osservazione ma il primo spot mi fa riflettere e sorridere, il secondo tenta di inebetirmi.

Quel tanto di paranoia per sottrarsi allo spam

Foto tratta da Google Street View a Genova: lo spam è ovunque. :)
Foto tratta da Google Street View a Genova: lo spam è ovunque. :)
So che pubblicare il proprio indirizzo di posta elettronica su web equivale a mettere alla frustra il filtro antispam a protezione del servizio di posta. Sguinzagliati dagli spammer sulla rete, i bot1 raccolgono e rivendono questi indirizzi che diventano bersaglio di ogni possibile messaggio-fuffa mai concepito da mente umana.
Per questo motivo ho sempre trovato efficace il semplice espediente di non proporre mai un link mailto2 diretto all’indirizzo e indicare lo stesso suddividendolo nelle sue macro componenti:

  • nome utente,
  • la stringa ‘at’ per indicare la chiocciola,
  • il nome di dominio,
  • la stringa ‘dot’ per il punto,
  • il dominio di primo livello, efficacemente definito da Wikipedia come:
    la sigla alfanumerica che segue il ‘punto’ più a destra dell’URL
    Si tratta cioè di qualcosa tipo: net/com/org/it/… ecc.

Così che l’indirizzo john@example.org possa essere proposto come john at example dot org3. Credevo che questa precauzione fosse sufficiente. Fino ad oggi, quando mi sono imbattuto in questo bel sito usesthis.com4. Leggendo rapidamente le domande più frequenti, mi fermo sull’ultima della serie:

come posso contattare Daniel?

Ecco la risposta:

Invia una mail alla quarta lettera dell’alfabeto inglese seguito dal simbolo ‘at’ presso questo dominio.

Delle due l’una: Daniel ha raggiunto un grado di paranoia superiore alla media oppure gli spammer hanno migliorato, di molto, i propri strumenti.

Note

1 In questo caso specifico mi riferisco a email spambot, ossia software che scandagliano la rete alla ricerca di indirizzi di posta elettronica che diventano poi obiettivo di invii massivi di mail indesiderata, spam appunto.


2 Il collegamento ipertestuale o più semplicemente link è la quintessenza del web. Costruirne uno in HTML è molto semplice. Ad esempio se voglio raggiungere il sito www.example.org scriverò <a href="http://www.example.org">visita il sito example.org</a> e l’utente vedrà una cosa del genere: visita il sito example.org. Il valore assegnato all’attributo href del marcatore <a> può anche essere un indirizzo di posta elettronica, in tal caso questo deve essere preceduto da mailto: (tecnicamente questa parte dell’indirizzo si chiama schema URI). Ne consegue che per creare un collegamento a john@example.org si scriverà: <a href="mailto:john@example.org">invia una mail a john@example.org</a>.


3 Questa tecnica è detta di address munging, (con una breve descrizione in italiano e sempre su Wikipedia con una voce ben più articolata in inglese) e consiste nell’offuscare un indirizzo quel tanto che basta per sottrarlo alle attenzioni indesiderate degli spammer.


4 Un insieme di interviste a personaggi di vario genere sugli strumenti che utilizzano nella propria professione: idea semplice e realizzazione impeccabile! L’intervista più recente è stata pubblicata proprio ieri a Damien Miller (Open-source developer presso Google).

bgcolor e Chuck Norris

Premessa #1: bgcolor, come tutti gli altri attributi HTML che intervengono sulla presentazione del documento, non è parte di HTML5. Esso risultava già deprecato nella versione 4.0 della specifica.
Un tempo questo attributo era utilizzato per assegnare uno sfondo alla pagina web – quando impiegato come attributo dell’elemento body – o per colorare parti di una tabella. Infatti questo stesso attributo poteva applicarsi anche a table, tr, td e th, insomma tutti i tag necessari per costruire una tabella appunto.
Elementi e attributi che svolgevano ruoli simili non sono più parte del linguaggio. La ragione di questa scelta è chiara: HTML si occupa di contrassegnare i dati, tutto quanto attiene alla presentazione grafica degli stessi è demandato ai fogli di stile, CSS, con tutti i benefici che una tale separazione comporta.

Dunque per quale motivo parlare oggi di bgcolor? Ebbene questo motivo ha un nome e cognome: "Chuck Norris". :)
La relazione tra i due, l’attributo HTML bgcolor e Chuck Norris sembra azzardata ma abbiate pazienza.

Premessa #2: questa settimana @climagic “Command Line Magic” ha postato questo tweet:

L’immagine a corredo del tweet è l’ennesima declinazione de “I fatti su Chuck Norris” una serie di dichiarazioni iperboliche e strampalate sulla forza, mascolinità, addirittura onnipotenza di Chuck Norris. Ad es., giusto per comprendere il tono riporto due perle prese a caso dal sito: http://www.chucknorrisfacts.com/: “Chuck Norris non porta l’orologio, decide lui che ora è!” oppure “Chuck Norris ha un tappeto di orso grizzly, l’orso non è morto è solo che ha troppa paura di muoversi.”

Il testo nella foto associata al tweet (segui url: http://t.co/elLkQtXzjj) ricalca questo tipo di affermazioni per cui solo Chuck Norris riesce ad andare al di sopra della directory radice, nei sistemi unix contrassegnata da uno slash, che indica il punto di partenza del file system.

Ebbene esisterebbe qualcosa di simile anche in relazione all’HTML. Ripartiamo dall’attributo bgcolor. Questo accettava due tipi di valori:

  • Un cancelletto seguito da una tripletta esadecimale. Ad es. #808080
  • Uno dei seguenti 16 nomi: black, green, silver, lime, gray, olive, white, yellow, maroon, navy, red, blue, purple, teal, fuchsia, aqua.

Poichè tra i 16 nomi sopra citati non appare quello del nostro eroe non immaginavo che il codice seguente

<body bgcolor="chucknorris">

producesse una pagina con un colore di sfondo rosso: ovviamente il colore del sangue dei nemici di Chuck Norris. Ho immediatamente creduto si trattasse di un’affermazione dello stesso tenore di quelle indicate nell’immagine a nei due esempi che ho riportato sopra. Il mio stupore è stato grande quando ho verificato che mi ero sbagliato.

Per fortuna ho trovato su Stack Overflow una spiegazione plausibile a questo bizarro comportamento.
I seguenti punti elenco sono solo una traduzione del processo che porta alla determinazione della tonalità di rosso prodotta dal nome di colore chucknorris.

  • Sostituiamo tutti i caratteri esadecimali non validi con 0 [mia nota: i caratteri esadecimali validi sono: 0123456789ABCDEF]
  • chucknorris diventa c00c0000000
  • aumenta il numero totale di caratteri così da ottenere il primo numero divisibile per 3 (11 -> 12).
    c00c 0000 0000
  • Dividi la stringa così ottenuta in 3 gruppi uguali, con ogni parte in rappresentanza di una componente del modello RGB.

    RGB (c00c, 0000, 0000)

  • Troncate gli ultimi due caratteri da destra di ciascuna delle tre parti, ciò porta al seguente risultato:

    RGB (c0, 00, 00) = #C00000 oppure RGB(192, 0, 0)

  • Ho pubblicato una semplice pagina web che, nella sua inutilità, è naturale complemento di questo post e riproduce il colore di sfondo del vostro nome (o di qualunque stringa abbiate il desiderio di mettere alla prova).

    Concludo degnamente con un video in cui lo stesso Chuck Norris legge i 10 Chuck Norris Facts più popolari e termina aggiungendo il suo preferito.

Geocities c’è!

Geocities è stato più di un semplice servizio di web hosting dove poter pubblicare le proprie pagine web. Per molti di noi ha coinciso con la prima esperienza di condivisione e sperimentazione su web. Da più di 4 anni Geocities non esiste più. Eppure per essere un servizio dismesso da tempo continua a godere di buona salute. Partiamo dalla fine, giorni fa mi imbatto in questo tweet:

Sintetico, chiaro ed esaltante! Soprattutto per lo spirito che l’iniziativa vuole riproporre. Non c’ho messo molto a dare un fondamentale contributo. :)

Neocities propone un proprio set di stili che tuttavia possiamo sempre rimettere in discussione, anche ripartendo da zero. Nulla che sia anche solo vagamente paragonabile allo stile molto sopra le righe che imperava in tanti siti ospitati dal vecchio Geocities. Tuttavia deve esserci nostalgia verso quel modo di realizzare una pagina web visto che Bootstrap – framework per lo sviluppo rapido di progetti web – si è dotato di un tema Geocities davvero realistico.

Il tema in stile Geocities proposto da Bootstrap.
Il tema in stile Geocities proposto da Bootstrap.

Neocities e Geo-Bootstrap sono in fondo un modo per celebrare rispettivamente lo spirito e il web design – ebbene si – di un’epoca che non esiste più. Se questo non vi bastasse è possibile dare una sbirciata ad alcune pagine web originali di quel periodo grazie al blog: One Terabyte of Kilobyte Age. Ogni post di questo sito è una foto di una home page originale di Geocities. Queste foto sono tratte da una piccola ma significativa porzione di pagine web salvate dal progetto Internet Archive. Grazie alle persone che vi hanno collaborato oggi è possibile scaricare una fetta di Geocities sul proprio computer a patto di avere un paio di terabyte da dedicare allo scopo.

Infine, per rivivere quell’esperienza si può navigare su Reocities un sito mirror ossia un sito che replica altrove, presso un altro server, il contenuto di un dato sito, in questo caso non più esistente.

Insomma dopo “Elvis is alive” possiamo dire convinti “Geocities is alive”. :)

La bistrattata professione del programmatore

Tempo fa su twitter mi sono imbattuto in un collage di immagini intitolato “La guerra tra sviluppatori, designer e project manager”. In questo quadro di 9 foto si illustra, con l’efficacia e la sintesi che solo un’immagine può offrire, come ciascuna figura professionale veda le altre. C’è da ridere perchè la sintesi porta ad estremizzare alcuni giudizi probabilmente diffusi ma non così forti.

Eppure quest’immagine mi è rimasta in testa per qualche giorno. Ho ripensato soprattutto a come il programmatore sia visto da chi abbia responsabilità di progetto: un operaio non qualificato che svolge un compito ripetitivo. Quell’immagine era talmente forte che sembrava una caricatura ma poi mi sono ricordato dell’intervento che Gabriele Lana a tenuto ormai più di un anno e mezzo fa in occasione dell’Agile Day a Roma in cui parte proprio da questo stato di cose:

[…] programmatore bistrattato, il programmatore che prende come un impiegato di basso livello e ‘basso livello’ non vuol dire vicino all’hardware in questo caso.

La guerra tra sviluppatori, designer e project manager.
La guerra tra sviluppatori, designer e project manager.

Il suo intervento è davvero riuscito non solo perché sa parlare bene in pubblico, ma anche per il modo in cui ribalta, smontando pezzo dopo pezzo, l’assunto su cui si basa quel preconcetto iniziale. Così l’ho rivisto, magari volete vederlo anche voi.

La professione dello sviluppatore – Gabriele Lana – Agile Day 2011 Roma from GrUSP on Vimeo.

Se questo video non ha rinnovato l’orgoglio verso la vostra professione, anzi siete in fuga da essa, prima di riciclarvi in improbabili nuove attività potreste prendere in considerazione alcuni tra i più naturali sbocchi così come li ha elencati Jeff Atwood nel suo articolo pubblicato sul blog Coding Horror con il titolo So You Don’t Want to be a Programmer After All:

  • Product/Program Manager
  • Project Manager
  • QA / Testing
  • Build Engineering
  • System Administrator
  • Technical Sales
  • Technical Writer
  • Business Analyst / Programming Analyst

Solo un ultimo appunto, se riuscite a ricoprire una delle due prime posizioni in questa lista, in tal caso, ricordatevi del vostro passato lavorativo.

Ubuntu, dove meno te lo aspetti!

Se l’utilizzo del computer è pratica quotidiana, se non rappresenta solo ordinario strumento di lavoro ma passione, non sarà difficile trovare inaspettati richiami all’informatica anche quando si è in altre faccende affaccendati.

Un programmatore, mio collega, mi raccontava del suo sgomento quando, partendo in auto con la famiglia per un breve periodo di ferie, approssimandosi ad un casello autostradale, faticava a comprendere il significato della segnalazione “disporsi su file parallele”. Si domandava cosa mai avrebbe dovuto farci con un file, lì, in quella circostanza, proprio mentre guidava.

Senza mai raggiungere questo livello di interferenza è capitato anche a me di trovare riferimenti a termini informatici in contesti inconsueti. Sembra, ad esempio, che Ubuntu, il nome di una fortunata distribuzione Linux, ricorra con una certa frequenza nel commercio equo e solidale oltre che, ovviamente, con riferimento a prodotti africani. Tutto ciò probabilmente per il significato del termine. Dal sito ubuntu.com leggo:

Ubuntu is an ancient African word meaning ‘humanity to others’. It also means ‘I am what I am because of who we all are’. The Ubuntu operating system brings the spirit of Ubuntu to the world of computers.

Così, qualche tempo fa, mi è capitato di acquistare a Milano due lattine di cola Ubuntu al Banco di Garabombo. Invece più di recente mi sono imbattuto in un negozio “Ubuntu Project Store” in quel di Ferrara, ma l’insegna è, semplicemente, Ubuntu.

Ubuntu Cola e Ubuntu Store
A sinistra due lattine di Ubuntu Cola. A destra l’ingresso del negozio Ubuntu a Ferrara

N.B.: Le coordinate geografiche che contrassegnano questo post sono quelle del negozio di Ferrara!